TESTI CRITICI

Quando ho conosciuto Angela Pietribiasi e ho visto il suo lavoro per la prima volta, mi ha presentato una serie di progetti molto vasta. Abbiamo parlato delle possibilità di sviluppo che potevano avere le sue storie. Alla fine del nostro incontro, come spesso accade quando i fotografi condividono la loro opera, mi sono portato a casa nei cassetti della memoria un’immagine che oggi fa parte di questo libro e che è il vero motivo per cui ho deciso scrivere questo testo e di essere una piccola parte di questa bellissima avventura. “Portarsi a casa delle immagini” vuol dire tenerle da una parte nella propria mente, farsi delle domande sulle scelte che hanno portato alla loro esistenza e magari non riuscire mai a dare delle risposte sensate. Però, nonostante questo le immagini rimango lì, sostano in un tempo sospeso in un angolo oscuro ma non troppo della nostra conoscenza. Riemergono nei momenti meno aspettati e risvegliano quesiti e riflessioni che di solito sono personali, intimi e privati. Con il passare tempo poi perdono di definizione ma non si cancellano mai del tutto. Questo non succede solo con i lavori di Angela ma con quelli di molti altri fotografi e in generale con molte altre immagini che non sono per forza fotografie. La capacità di permanenza latente è uno degli aspetti più affascinanti, profondi e misteriosi dell’Immagine stessa intesa come linguaggio e come forma di comunicazione. La Latenza come condizione esistenziale è il soggetto di questo lavoro di Angela. Qualcosa che ancora non si è manifestato, che non prende mai forma ma vive nella sospensione. Siamo difronte a un progetto che si interroga sull’originaria bellezza degli elementi primari, sulle particelle di luce imprigionate negli anni-luce che impiegano a colpire la terra dopo essere partire da stelle lontane. Sulla sospensione assoluta come status dell’umanità in questo pianeta e sullo stupore primordiale, derivante da esperienze iniziate fuori dalla nostra terra e che proprio in questo mondo hanno trovato una casa perfetta. È sufficiente pensare all’origine delle rocce o dell’acqua che è arrivata su questo mondo nel corso di miliardi di anni portata dalle comete. Sfogliando le pagine del libro ci si perde nella meraviglia della natura e dei suoi elementi, ci si muove in luoghi che vivono una condizione di attesa, la luce si azzera isolando i soggetti per renderli eterni e fragili.
In questo scambio tra eternità e fragilità c’è il momento più importante del libro: tutto quello che fino a qualche decennio fa ci sembrava eterno, il mondo che ci circonda, adesso lo vediamo fragile e soprattutto ne sentiamo la fine imminente. La sensazione di insicurezza cronica nasce dalla mancanza di fiducia sul futuro. Un futuro compromesso dall’azione dell’uomo sul pianeta stesso. L’ambiente in cui viviamo è paragonabile alle mura della casa dove siamo nati e cresciuti, come se non fossero più un rifugio ma un luogo incerto senza più alcuna forza per proteggerci e ci esponessero ai pericoli dell’ignoto. Proviamo il terrore di non avere più un nostro spazio, ne siamo certi, i nostri figli sono atterriti e mentre scrivo penso in maniera beffarda al famoso fumetto francese di Asterix e Obelix, i galli protagonisti del genio di Uderzo e Groscinny, temevano solo che il cielo potesse cadergli in testa.
L’eredità dell’antropocene è la paura di non aver più una terra su cui camminare.
Questo inedito sentimento si chiama solastalgia ed è lo stato d’animo più efficace per descrivere la sospensione e la latenza che l’autrice racconta in Anniluce. Guardando i paesaggi di Angela non si riesce a definire se siano terrestri o extra terrestri, le nevi, i ghiacci sembrano suolo lunare o immagini che qualche sonda inviata nello spazio dalla Nasa ci rimanda da mondi lontani. Gli iceberg fluttuano tra mari e cieli neri fuori dal tempo e dallo spazio creando spaesamento e incertezza. Soltanto la bellezza della natura stessa ci gratifica e ci riempie gli occhi lasciandoci un senso di speranza, sentimento che per definizione il genere umano non può permettersi di perdere. Nelle immagini dove compare l’elemento umano che stringe gli elementi naturali, cari all’autrice, c’è il momento del ricongiungimento tra l’umanità e il suo ambiente. Quando ormai le pagine stanno per finire Anniluce ci lascia sgomenti difronte a quella perdita definitiva che è l’ambiente per come siamo stati abituati a vederlo. Il messaggio dell’autrice si manifesta in tutta la sua limpidezza: siamo di passaggio, la terra ci sopravviverà e la sua bellezza cha fa parte di un infinito interconnesso e per noi incomprensibile e indecifrabile è l’unico aspetto che possiamo percepire dal nostro punto di vista antropocentrico.

Antonio Carloni

Angela Pietribiasi, artista dalle molteplici potenzialità linguistiche – pittura, video-arte, installazioni– trova nella fotografia il suo medium ideale per esprimere riflessioni e sentimenti suscitati dall’antropocene, l’epoca geologica che stiamo vivendo. Sono fotografie, di estremo rigore formale, che illustrano, con presenze a volte minime, spesso di scarto, un mondo alla deriva filtrato dalla solitudine e nel contempo aspirante all’infinito. Lucidità, vuoto, sospensione, nostalgia di un altrove desiderato e sconosciuto aleggiano su queste immagini. Lei stessa afferma: “M’interessa l‘immagine che arriva come un’attesa, un silenzio, un infinito, una solitudine”.
L’artista affronta i temi legati alla natura e all’ambiente con un approccio inedito e intimo consegnatoci opere che trascendono il mero reportage documentarista e che proprio per questo risultano essere fuori da un tempo e da un luogo definito. Penso alle recenti immagini notturne di lucenti iceberg galleggianti su un mare nero paragonabili alla figura umana quasi invisibile, rilevata da un riverbero lunare e risucchiata dall’immensità del mare e da una tenebra infinita. Immagini potenti, pulitissime e desolate, attraversate da poesia e bellezza. Si ricollegano al ciclo “Corpi celesti” del 2004, poi sviluppato nel tempo dove i “corpi” siamo noi, intesi come universi complessi vaganti nello spazio. E il tema si estende a una raccolta di poesie, cosa che è accaduta anche in altri casi come “Da qualche parte lontano” (2013). La poesia dunque, il verso scritto, integra e sottolinea la ricerca visiva di Angela evidenziando un’intensità espressiva che trova sbocco in diverse forme linguistiche. Uno dei cicli più pregnanti degli ultimi anni è “Paralleli, Interferenze, sparizioni”. Costituito da dittici di immagini raffinatissime a confronto, presentano curiose analogie formali, con significati però contrastanti e sottese allusioni di pensiero che inducono alla riflessione. Similitudine formale, ma divergenza semantica. L’intento è quello – dice l’artista – di dare un volto e una voce alla parte meno manifesta del visibile.

Maria Campitelli

Angela Pietribiasi, nel panorama contemporaneo dell’arte conduce una ricerca soggettiva intimista e inusuale. L’autrice predilige aree dismesse, quartieri degradati, luoghi dimenticati. Nelle sue peregrinazioni, esplora con sguardo poetico siti di archeologia industriale, coglie una sottesa e metafisica bellezza di edifici industriali abbandonati, ex cantieri o altri scenari del lavoro dismessi, ammantati dal silenzio nei meriggi d’estate. Con la luce naturale di quel preciso istante cerca di immortalare altro, luoghi dell’attesa saturi di problematiche sociali oltre le apparenze, mettendo in relazione diversi soggetti. Alcune immagini sembrano dipinti, evocano i paesaggi urbani di Mario Sironi, i colori di Carlo Carrà, le vedute metafisiche di Giorgio de Chirico, la luce di Felice Casorati e di Edward Hopper e altri pittori del gruppo Novecento di Margherita Sarfatti (non dimentichiamoci che l’artista nasce come pittrice). I suoi muri sgretolati, le finestre, le porte chiuse, le grondaie fatiscenti, scale, secchi e utensili di lavoro dimenticati nei cantieri e altri frammenti di tempo, sembrano spettri evanescenti di presenze umane. Queste e altre testimonianze fotografiche del tempo e dello spazio “scrivono” un diario visivo soggettivo, in cui ogni dettaglio diventa traccia, reperto, segno e memoria. Immagini quali presupposto per immortalare processi di cambiamento della società, cause ed effetto di urbanizzazione industriale che modificano i nostri comportamenti, abitudini e valori.
I suoi insidiosi “reportage” metafisici e silenti di paesaggi contemporanei, quali luoghi dell’attesa, dal realismo magico suggestivo, in realtà denunciano emergenze ambientali, emarginazione, immigrazione, differenze culturali e in particolare sollevano amare riflessioni sull’annichilimento dell’individuo, fagocitato dalla solitudine nell’epoca globale, senza descriverlo, attraverso immagini evocative e simboliche. Nelle sue fotografie il paesaggio e la città si fondono in un’unica immagine, irrorata di luce naturale. I suoi temi sono: la metafisica dell’ordinario, il tempo, lo spazio, la perdita di identità e della nostra memoria. Il tempo trascorso, immobile, quello che consuma le cose e soprattutto quello che inesorabilmente sfugge, è la chiave di lettura delle sue fotografie in bilico tra realtà e visione, filtrate da una sensibilità pittorica e dal suo linguaggio interiore. Attraverso fotografie apparentemente silenti e rassicuranti, dove tutto sembra calmo e in armonia, inclusi gli elementi del caos, mai didascaliche, si invita lo spettatore a riflettere sulla condizione dis- umana, in realtà “urlano” contro lo sfacelo della nostra civiltà ipermoderna, presentando soggetti diversi in cui natura, storia sociale e industriale si intrecciano all’interno di scenari del dubbio, dove la fotografia è un trucco che si fonda sull’illusione e diventa pretesto, esperienza visiva e di conoscenza.

Jacqueline Ceresoli

Parlare del lavoro di Angela Pietribiasi comporta un distinguo: le intenzioni ideologiche e concettuali da un lato e la forma che queste assumono visualizzandosi in immagini fotografiche. Si potrà obiettare che ciò sussiste – anche se, lo sappiamo bene, il distinguo è meramente teorico, in quanto l’opera d’arte si compie nella sintesi di entrambi i punti – in qualsiasi espressione artistica: forma e contenuto. Ma direi che in Angela Pietribiasi i due versanti contrastano in qualche modo fra di loro, nel senso di un’opposizione tra l’urgenza drammatica dei contenuti e il rastremato rigore delle scelte visive, la soluzione rarefatta delle immagini imbevute di poesia che tendono a trasmettere convinzioni intense con la purificazione estrema del mezzo impiegato. Questo ovviamente a vantaggio della fotografa/artista che riesce tradurre in immagini a volte quasi astratte, la pregnanza dell’idea che la spinge a comporle.
Angela racconta tutto ciò con una serie di dittici cui ha dato il nome di “Paralleli, interferenze, Sparizioni”, dove due diverse immagini in qualche modo si relazionano tra di loro.
I due piatti bianchi su bianco, uno vuoto, l’altro riempito di minuscole croci metalliche nella loro immacolata perfezione formale testimoniano un’assenza e, con le croci, un metaforico sacrificio, compiuto da qualche parte per soddisfare la nostra alimentazione.
È una riflessione che nasce dalle immagini ribaltandosi su abitudini acquisite e che vorrebbe indurre il cambiamento. Anche qui siamo colpiti dalla riduzione estrema delle presenze visive, dalla pulizia compositiva e dal senso poetico che ne deriva. E gli esempi si accavallano. C’è la petroliera che all’orizzonte di un mare luccicante, emette un volume spropositato di fumo velenoso e, dall’altra parte l’immagine di un uccello marino assorbito in una bacinella arrugginita, una testimonianza in un ambiente degradato (Angela ha lavorato molto sui luoghi abbandonati), che ci rimanda ai famosi gabbiani appesantiti dal petrolio. O ancora la balena spiaggiata e, per converso. la nave che affonda, ovvero due morti per ragioni antitetiche, per annegamento, quella dell’uomo, per star fuori dall’acqua, quella dell’animale. Ecco dunque paralleli, interferenze, sparizioni ciò che la fotografa/artista insegue nella sua osservazione del reale e del rapporto uomo-ambiente in cui si colloca la preziosa investigazione di Angela Pietribiasi.

Maria Campitelli

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